Perché una storia diventa virale?

Rappresentazione grafica del modello Valence-Arousal-Dominance
Il modello Valence Arousal Dominance

C’è una base neuronale del successo dei contenuti? Psicologi e neurologi hanno cominciato a investigare perché alcuni post diventano virali e altri no. La riposta è che le emozioni giocano un ruolo centrale.

Le ricerche sono state condotte sia presso la Sorbona di Parigi da Jacopo Staiano, che da Marco Guerini a Trento. I test sono stati condotti chiedendo a dei gruppi di lettori di dare un punteggio a delle storie sulla base delle emozioni che risvegliano.

I ricercatori utilizzano da tempo una scala per classificare le emozioni chiamata modello valence-arousal dominance (valenza-stimolo-controllo). L’idea di base è che ogni emozione ha una valenza (positiva o negativa) e un livello di eccitazione che è elevato per la rabbia e basso per la tristezza.

Ogni emozione ha poi un livello di controllo più o meno forte. Il controllo è minimo per la paura e le emozioni “incontrollabili”, massimo per le emozioni  che possiamo scegliere di sperimentare, ad esempio sentirsi ispirati.

In questo modo si ottiene uno spazio in cui i punti sono le emozioni. A ciascuna emozione viene infatti assegnata una tripletta di valori (controllo, stimolo, valenza), come se fosse un punto dell’ordinario spazio cartesiano.

Secondo Guarini e Staiano, sarebbe la posizione dell’emozione in questo spazio a determinare la possibile viralità dei contenuti associati. In particolare, utilizzando il data mining, i due ricercatori hanno scoperto che esisterebbero particolari configurazioni che associano specifici valori valenza-stimolo-controllo alla viralità.

Una scoperta interessante è che i lettori sono più facilmente portati a mettere i like ai contenuti che generano emozioni forti che non riescono a controllare (come la rabbia), mentre hanno la tendenza a condividere maggiormente i contenuti che generano emozioni di cui conservano il controllo (ispirazione).

Invece, la valenza (ossia la positività o negatività) non paiono influenzare particolarmente il lettore.

Siamo forse agli inizi di una neuroscienza dei clickbait? Indubbiamente il lavoro dei due ricercatori italiani apre per chi si occupa di comunicazione digitali interessanti riflessioni.

Per approfondire, si rinvia all’articolo di Guerini e Staiano .

Questo post è un riassunto in italiano dell’articolo in inglese “An emerging science of Clickbait”, pubblicato sulla Mit Technology Review il 25 marzo 2015.

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Autore: Marco La Rosa

Sono un traduttore, web content writer & copywriter appassionato di neuroscienze, psicologia, psicologia cognitiva, UX design, oltreché un esperto di SEO e un web master. Cerco di applicare le nuove scoperte sul cervello e la mente umana al mio lavoro quotidiano di scrittura di testi e ottimizzazione di contenuti per il web per offrire a lettori e utenti una esperienza il più possibile vicina alle loro reali esigenze e necessità

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