Neuroscienze del politically correct: quando le parole sono accettabili?

Negli ultimi anni, l’espressione: “politically correct” ha guadagnato terreno nella società italiana, anche se non mancano le polemiche e le contestazioni e chi addirittura nega qualsiasi utilità agli sforzi volti a rendere le parole corrette

Porsi il problema di evitare termini ingiuriosi o offensivi fa sorgere automaticamente la domanda di cosa succede alle persone coinvolte in scontri verbali più o meno accessi, soprattutto a livello psichico e cerebrale.  Oggi le neuroscienze possono gettare nuova luce su come il nostro cervello elabora e risponde a queste dinamiche linguistiche.

Cos’è il politically correct?

Prima di comprendere il contributo che possono dare le neuroscienze cognitive a questa materia, è bene definire cosa si intende col termine: politically correct.

Secondo l’enciclopedia Treccani, si tratterebbe di:

“Un orientamento ideologico e culturale di estremo rispetto verso tutti”.

(Enciclopedia Treccani)

Nella pratica, si tratta di evitare in articoli e discorsi qualsiasi parola che possa suonare offensiva in termini di riferimenti alle opinioni politiche, al gruppo etnico o razziale, alla religione, all’età, alle disabilità o alle scelte sessuali.

Mentre negli Stati Uniti la tendenza si è trasformata in veri e propri obblighi di legge che incidono in materia significativa in settori come l’educazione, in Italia ci limitiamo ancora alle prescrizioni.

A livello pratico, il politically correct richiede l’attenuazione o la neutralizzazione di numerose espressioni comuni. Tra i tanti esempi: “non vedente” al posto di “cieco”; “diritti della persona” invece che: “diritti dell’uomo”; l’utilizzo del femminile per le professioni (“la sindaca”, “la vigilessa”, etc.); “operatore ecologico” al posto di: “spazzino”; “diversamente abile” al posto di: “handicappato”, e così via.

L’impatto delle parole ingiuriose sul cervello

Quando usiamo espressioni aggressive o ingiuriose, gli studi hanno evidenziato notevoli conseguenze sul cervello, ad esempio un insulto avrebbe la stessa potenza di uno schiaffo. In sostanza, le aree e le strutture predisposte alla regolamentazione emotiva e al controllo delle risposte sociali vengono più o meno profondamente stimolate.

Sembrerebbe quindi che l’aggressività verbale coinvolga risposte simili alla violenza vera e propria, attivando in modo particolare l’amigdala, una regione associata alle emozioni e alle risposte di paura. Del resto, come ho spiegato nel mio libro: Neuroscienze della narrazione, gli studi più recenti sembrano dimostrare che le parole hanno un potere attivante sul corpo molto più forte di ciò che si pensava, raggiungendo non solo il sistema muscolo-scheletrico, ma anche altri distretti se non forse addirittura ormoni, risposte immunitarie e via di seguito.

Tutto ciò sembrerebbe suggerire che riuscire a controllare maggiormente il proprio comportamento linguistico evitando forme di abuso verbale potrebbe effettivamente contribuire a mitigare le reazioni emotive intense e promuovere un clima sociale più armonioso.

Il cambiamento linguistico può modificare i comportamenti?

La plasticità cerebrale, ossia la capacità del cervello di adattarsi e cambiare in risposta all’esperienza, è un elemento cruciale nella comprensione di come il politically correct possa influire sul nostro modo di comunicare. L’ipotesi sostenuta da molti fautori di questo approccio è che l’adozione di un linguaggio rispettoso può modellare le connessioni neuronali nel tempo, contribuendo a creare nuove associazioni cognitive e cambiamenti di atteggiamento attraverso un fenomeno ben noto in comunicazione, l’esposizione al messaggio.

Questa ipotesi regge la verifica sperimentale? Anche se alcune ricerche suggeriscono che l’esposizione ripetuta a espressioni politically correct possa effettivamente influenzare positivamente la percezione e l’empatia verso gruppi stigmatizzati, promuovendo un approccio più inclusivo nella società, bisogna però ricordare che il linguaggio da solo non basta a risolvere i complessi problemi che stanno alla base di fenomeni così complessi come il razzismo, la discriminazione, il sessismo, etc.

La sensibilità all’offesa, ad esempio, varia da paese a paese, con una relativamente minore percentuale di offesi in Europa rispetto agli Stati Uniti. Giocano inoltre un ruolo importante anche i tratti e le caratteristiche personali non solo nella reazione all’offesa e alla esposizione a un linguaggio corretto, ma anche nella stessa costruzione del concetto di politically correct. Esiste infatti un gruppo di persone tutt’altro che marginale che nasconde, dietro l’invocazione del rispetto verso gli altri, oscure pulsioni di controllo e un tendenziale autoritarismo.

Neuroni specchio, empatia e rispetto

Anche i neuroni specchio giocano un ruolo chiave nella neuroscienza del politically correct. Questi neuroni, presenti nella corteccia cerebrale, si attivano sia quando eseguiamo un’azione che quando osserviamo qualcun altro compierla. Nel contesto del linguaggio, i neuroni specchio possono favorire l’empatia quando utilizziamo espressioni rispettose, creando un ponte neurale tra le nostre intenzioni comunicative e la comprensione dell’altro.

Non mancano comunque degli studi che sembrerebbero dimostrare che perfino la semplice esposizione alle argomentazioni di persone che non la pensano come noi possano creare cambiamenti di atteggiamento e senza bisogno dell’empatia. In sostanza, gli effetti dell’empatia, anche se non possono essere negati, sembrano essere molto più sfumati e incerti nel favorire maggiore tolleranza, soprattutto in campo politico.

Il contributo della linguistica cognitiva

Una disciplina che potrebbe dare un contributo a questa materia è la linguistica cognitiva. Dagli studi pionieristici condotti da George Lakoff fino a quelli più recenti della psicologa Lisa Feldmann Barret, è stato ampiamente messo in luce come il nostro cervello ragioni per categorizzazioni e metafore che creano associazioni automatiche tra determinate parole, le emozioni e i comportamenti.

La parola: “padrone” oppure: “padronato”, ad esempio, crea una reazione ben diversa dal molto più neutro: “imprenditore” o meglio ancora: “azienda”. Per questo motivo bandire determinate parole potrebbe avere un senso, se si dimostra che viene ad esse associate un contenuto offensivo o di disprezzo, oppure discriminatorio.

La linguistica cognitiva ci dimostra però anche un possibile utilizzo oscuro e distorto del politically correct, che è quello del lavaggio delle parole per nascondere o celare i conflitti – di classe, sociali, etnici o di genere – che pure esistono e che invece andrebbero rappresentati alla coscienza sociale e collettiva.

Trasformare un: “padrone” in: “azienda” grazie all’utilizzo di un termine più neutro non serve certo a eliminare la dura realtà dello sfruttamento in molti ambiti di lavoro, come del resto la tristemente celebre: “operazione speciale” non ha eliminato la dura realtà della guerra per chi l’ha subita sulla propria pelle.

Analogamente, evitare ogni riferimento al fatto che molta microcriminalità nelle città sia perpetrata da specifici gruppi sociali per non offenderne la sensibilità e la reputazione non risolve i problemi di ordine pubblico, ma piuttosto priva i cittadini di informazioni sul fenomeno che possono essere loro utili per proteggersi o per orientarsi nella formazione delle loro opinioni, anche – perché no – sostenere delle politiche di aiuto per questi gruppi.

Negare un problema o un conflitto con artifici semantici, in conclusione, non serve certo a risolverlo, semmai a nasconderlo, con un pericoloso effetto paradosso di sottrarre alle persone un’arma molto potente (le parole) per rappresentarsi la loro situazione e – perché no – esprimere il proprio dissenso o malessere e preparare una strategia di reazione.

Il problema della libertà di espressione

Queste ultime osservazioni aprono la discussione sui rischi legati alle politiche – soprattutto se coercitive o imposte – del politically correct. Alcuni critici sostengono che l’eccessiva attenzione al politically correct potrebbe minare la sincerità e l’apertura nei dialoghi, creando una sorta di autocensura, se non addirittura ledere alcuni diritti fondamentali, tra cui quello di critica, di espressione e di opinione.

Un esempio particolarmente sinistro si ha in campo educativo quando si cerca di purgare opere del passato di ogni riferimento offensivo, mutilando in modo significativo la nostra stessa eredità culturale (Cancel culture). In questo tipo di operazioni si dimentica il concetto di educazione critica, in cui l’allievo viene esposto a contenuti offensivi o discriminatori volutamente proprio allo scopo di insegnarli a difendersi da essi.

Non manca chi sostiene che quella che potrebbe diventare una nuova forma di censura stia già avendo effetti nefasti in ambito scientifico sotto forma di plagiarismo, conformismo e perdita di innovazione. Innovazione, originalità e violazione delle regole sono infatti spesso un ingrediente non solo del progresso della conoscenza, ma anche dell’arte e in genere dell’espressione creativa.

In conclusione, mentre sicuramente sono e vanno vietati le varie forme di insulto e di abuso verbale, le neuroscienze non ci danno ancora delle risposte certe sul più vasto ambito del politically correct. Queste politiche potrebbero avere in alcuni casi più costi che reali benefici e andrebbero ponderate e attuate con molta più prudenza dalle organizzazioni e dagli stati.

Tuttavia, esplorarne i meccanismi neurali coinvolti può aiutarci a comprendere e a riflettere meglio come il nostro modo di comunicare influisce sulle relazioni sociali e sulla percezione del mondo che ci circonda, creando una società meno violenta e discriminatoria.

Ti è piaciuto questo articolo? Iscriviti alla newsletter per ricevere contenuti simili. Oppure, leggi il mio ultimo libro, Neuroscienze della narrazione.

Immagine di rawpixel.com su Freepik

Autore: Marco La Rosa

Sono un web content writer, web designer e esperto di SEO e UX design. Ho scritto il libro Neurocopywriting, edito da Hoepli, dedicato all'applicazione delle neuroscienze alla comunicazione.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.